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XXXIII SEME DI CONOSCENZA

BACK TO SCHOOL: TUTTI PRONTI? QUASI. SERVE ANCORA QUALCHE RIPASSO CON SORPRESA,
UN AUGURIO PER NUOVI INCONTRI OFFLINE,
RISVEGLIARE L'ENTUSIASMO E RISCOPRIRE IL BELLO DELLA FATICA

L’aria è ancora calda; la pelle è ambrata. La mente è tuttora intrisa di vacanza, tuffi in mare, lunghe passeggiate in montagna, picnic sul lago, nuove scoperte in città.
Hai saltato e riso tanto, insomma, ti sei divertito. Le tue orecchie, come conchiglie diligenti, fanno l’eco di voci amiche e raccomandazioni adulte.
Ora è tempo di cambiare giochi e registro. Di risvegliare l'entusiasmo per le novità che contano davvero, e trasformare nuovamente il dovere in piacere.
Serve pertanto ripassare certe vecchie regole, alleggerirle con nuove scoperte e poi accogliere inviti e auguri inediti. Ci stai?

Libri su un prato per il rientro a scuola

In estate hai letto e scritto a modo tuo, come fai sempre, in modo veloce, sintetico e apparentemente asettico.
Hai usato frasi spicce e simboli più o meno convenzionali.
Quanta parte della tua voce affidi oggi a un solo segno? Racchiudi i tuoi stati d’animo negli EMOJI e nelle reaction, con pause e meme, ed ecco animato all’istante un testo.
È così difficile scrivere di te? Ti ruba così tanto tempo? Sei convinto di essere sempre ben capito?
Per una volta PROVA A SCRIVERE LE TUE EMOZIONI PER ESTESO, con le parole che meglio conosci.

Possiamo definire gli emoji un nuovo codice di segni, dove la punteggiatura classica spesso scompare, sostituita da sillabe tagliate, errori grammaticali più o meno voluti, immagini parlanti senza il sonoro.
Così scrivono i ragazzi, e ormai anche quelli che non lo sono più. Questi, alla fine di molte mail e chat, usano anche simboli classici, come un PUNTO ESCLAMATIVO, o più d'uno.
È un segno convenzionale di punteggiatura che ha molta carica. Lancia certamente un'esclamazione, ma non solo.
Indica meraviglia, sorpresa, intensità; esprime rammarico, sottolinea, segna un ordine, evidenzia un errore, impartisce un insegnamento.
SE usato con il punto interrogativo denota stupore e incredulità. Così riportano i libri di scuola.
Ma lo sai che ha una storia antica e che viene definito dai linguisti 'UN SORRISO VERTICALE'?
Un tempo aveva un’aria solenne e veniva usato con molta cautela, per dire qualcosa con forza e grazia insieme. Gli amanuensi medievali se ne servivano per dire” Qui c’è qualcosa di importante”. Scrivevano la parola latina “io”, che significava “evviva”. Col tempo, quella “i” si allungò in una linea verticale, e la “o” si ridusse a un puntino. Era nato il punto esclamativo.
Non tutti però erano pronti ad accoglierlo e veniva definito a volte il punto affettuoso, altre il punto ammirativo.
Nel dubbio, perfino Alessandro Manzoni lo confondeva con il punto interrogativo. Nel 1920 si cominciò a dire che il punto esclamativo fosse troppo ‘femminile’. Meglio quindi evitarlo ed essere sobri e non chiassosi. Eppure, nonostante tutto, è sopravvissuto cambiando ed adattandosi ai tempi. Ma ha portato con sé qualcosa di quel passato, un bisogno di essere sentiti.
Ed è proprio lì che si nasconde l'uso compulsivo comune del punto esclamativo, notato dagli psicoterapeuti, visto che non usiamo più il punto fermo perché ci sembra troppo netto, freddo, quasi arrabbiato.
Il punto, nella comunicazione digitale, è diventato ormai un gesto chiuso. Usare allora quello esclamativo ci rende meno burberi o indifferenti.
Che però ora non utilizziamo davvero solo per esclamare, ma soprattutto per ribadire: “ Ci sono”, “Ti vedo”, “Non sono arrabbiato”. A volte perfino per chiedere attenzione, presenza.
Ecco allora che quel segno è diventato un modo per tenere aperto un canale, anche quando non abbiamo molto da dire.
Così si spiega 'il sorriso scritto in verticale'.
Però è proprio qui che si nasconde una contraddizione emotiva. Se da un lato il punto esclamativo è il nostro modo di dire “Ci sono”, di affermare vicinanza, partecipazione, calore,
dall’altro lo usiamo protetti dallo schermo, in uno spazio dove possiamo controllare ogni cosa, anche le emozioni. È come se volessimo esserci, ma senza esporci, e solo per iscritto.
Il punto esclamativo diventa perciò un gesto gentile che ci fa sentire presenti, ma al sicuro.
I linguisti aggiungono però che non è solo una questione psicologica, ma anche una vera trasformazione del linguaggio.
Con l’avvento del digitale, la punteggiatura ha infatti perso parte del suo valore normativo e sintattico, anche perché le frasi sono sempre più brevi e frazionate.
Ha guadagnato però un nuovo aspetto emozionale: esprimere un'intenzione, un sentimento. Non serve più solo a organizzare la frase.
Sta a dire: “Ti sto scrivendo come se ti parlassi.” Un modo per far sentire la nostra voce, anche senza volume.
Nel galateo grammaticale dei giovani il punto esclamativo è ritenuto spesso fuori luogo, in quanto troppo carico ed invadente.
E forse è proprio questo il segnale: mentre noi adulti cerchiamo di essere sentiti con la punteggiatura, loro hanno trovato altri modi per farlo. Più visivi, liquidi, silenziosi e meno battaglieri, ma non per questo meno sensibili e reali. Forse lo ritengono un po' troppo vintage e superato e non sono ancora pronti per riprenderlo, seppur rivisitato.
Noi adulti, invece, mentre continuiamo a usarlo spesso, troppo, ovunque, gli chiediamo a bassa voce di tenerci vicini ancora, nella speranza di gettare un nuovo ponte con i ragazzi, per unire il presente e il passato. Potremmo insegnare loro che quel sorriso verticale può sottolineare ciò che conta, qualcosa che finisce o, finalmente, comincia. Come una nuova strada da percorrere insieme. Ci proviamo?

Come la società, anche le lingue evolvono e, per sapere in quale direzione, basta ascoltare i giovani. Il loro gergo non va comunque denigrato, né scimmiottato stupidamente o rifiutato del tutto.
Va piuttosto accolto, capito e integrato con attenzione, sulla base di certe regole canoniche, magari anch'esse riviste per adattarle ai tempi.
NOI ADULTI IL PUNTO ESCLAMATIVO E I GIOVANI GLI EMOJI: nuovi confronti e scambi verso un incontro costruttivo! Ti piace?

MA e PERÒ: che congiunzioni, che binomio interessante!
Sottolineano entrambe eterne indecisioni, ripensamenti continui e puntualizzazioni non sempre gradite.
La congiunzione ‘ma’ è usata talvolta insieme con altre congiunzioni avversative in espressioni del tipo: ‘ma tuttavia’, ‘ma invece’, ‘ma nondimeno’, ‘ma però. Va ricordato innanzitutto che TUTTO QUELLO CHE VIENE SCRITTO PRIMA DEL 'MA' TENDE A PERDERE VALORE, viene come annullato (es. Sono contento, ma sono pensieroso). Inoltre, seppur considerate espressioni ridondanti e scorrette dai grammatici più rigorosi, rientrano nella tendenza della lingua parlata, e anche scritta, a rafforzare il discorso attraverso la ripetizione. Così hanno finito per imporsi, soprattutto nel LIVELLO, nota bene, MEDIO-BASSO DELLA NOSTRA LINGUA. Meglio tenerne conto e USARLE CON PARSIMONIA, o usando altre espressioni che l'archivio del nostro buon sapere può proporci con cura e fantasia.
Magari la parola 'ripetizione', dai mille significati, può fungere da campanello d'allarme e dare così un ulteriore aiuto.

Tu studente, studentessa, trova il tempo per fare ESPERIENZE OFFLINE. Va bene certamente lo sport, stare con gli amici, esperienze di gruppo ovunque per imparare qualcosa di nuovo, buono e utile.
Sono azioni che lasciano impronte importanti nel tuo giovane cervello, ora così dinamico e flessibile, e non hanno invece quell’ impatto nocivo sulla sua neuro-plasticità come il
restare iperconnessi sui social, le chat e i videogames, che tendono ad affogare la tua identità e i tuoi pensieri. A VOLTE RESTARE OFFLINE: questo è ciò che puoi fare tu.
Nel frattempo i grandi coltivano la speranza che la scuola offra una didattica innovativa dove la bulimia attuale di nozioni impartite frontalmente e l’anoressia di pensiero degli studenti
siano sostituite, ad esempio, da lavori di gruppo su tematiche attraenti per loro, stimolati così a elaborare riflessioni, idee e pareri, e a condividerli, con il supporto prezioso della tecnologia.
Perché anche la scuola è chiamata a misurarsi con le conseguenze della dipendenza digitale.

Ecco infine il mio augurio per te, studente, studentessa: RITROVA IL BELLO DELLA FATICA!
Non quella che schiaccia, stravolge e ti distrugge, ma una forma di resistenza gentile che dà direzione, costruisce, tiene insieme.
La fatica non è solo un peso da sopportare, ma una forza che ci muove, ci tiene compagnia, ci fa sentire vivi.
Il mondo attorno a noi è costruito per proteggerci dallo sforzo e la nostra comodità poggia sempre sulla fatica di qualcun altro; sembra sparita dal vocabolario giovanile.
Serve mettersi in gioco, accettare l’imperfezione, rischiare di sbagliare; immergersi nella realtà, viverla senza scorciatoie. Richiede attesa, presenza, dedizione.
Vale a scuola e nella vita. Sempre.

Buon nuovo anno e ... Fa’ fatica!

CINZIA FORTUNI 2026

#semidiconoscenza